Skip to main content

Cambiare famiglia ospitante può spaventare. Ma non sempre è un fallimento, e non sempre significa che qualcosa sia andato storto.

Nel suo semestre in Canada, Valeria ha vissuto l’esperienza in tre famiglie diverse e ha scoperto che sentirsi a casa può succedere più di una volta.

Ciao Valeria! Cosa puoi dirci di te?
Ciao! Sono Valeria, ho 21 anni e nel 2021 sono partita per un semestre scolastico in Canada. Venivo da un liceo linguistico a Monza e da un anno e mezzo di Covid, di DAD e di casa. Era stato un periodo impegnativo e sentivo il bisogno di fare qualcosa di diverso, di rimettermi in movimento. 
 
Sapevo cosa fosse un’esperienza all’estero perché mia sorella l’aveva fatta prima di me, ma volevo viverne una mia. Il Canada è sempre stato un richiamo naturale: non so spiegare perché, ma sapevo che volevo andare lì.

 

Avevi grandi aspettative prima di partire?
In realtà no, ed è stata una fortuna. Non avevo un’idea rigida di come dovesse andare. Non mi aspettavo amicizie perfette o momenti da cartolina. Questo mi ha aiutata molto, perché non vivevo un confronto continuo tra realtà e immaginazione. 

Sono partita con tanta voglia di vivere l’esperienza: curiosa, senza un film già scritto in testa, ma serena.

 

Com’è stato l’inizio in Canada?
Sono arrivata due settimane prima del previsto perché era il 2021 e, non avendo ancora fatto in tempo a vaccinarmi per il Covid, dovevo rispettare la quarantena federale prima di iniziare la scuola. Dato che la mia famiglia ospitante ufficiale in quel periodo era in vacanza, sono stata accolta da una temporary family: due genitori e tre figli della mia età. 

Non potevo uscire di casa, ma quelle due settimane sono state fondamentali. Ho avuto il tempo di adattarmi con calma alla lingua, agli orari, al cibo. Passavamo le giornate insieme, parlavamo tanto, guardavamo film, cucinavamo.

Mi sono affezionata molto a loro, anche se sapevo che sarebbe stato temporaneo. Ancora oggi li sento.

Quando è arrivato il primo vero cambio?
Dopo la quarantena mi sono trasferita nella mia host family ufficiale: due genitori, un nipotino di nove anni in affido e figli grandi che non vivevano più in casa. Era una realtà completamente diversa, ma mi hanno coinvolta subito nella loro quotidianità. 

Ogni domenica ci si ritrovava tutti insieme per pranzi lunghissimi, mi hanno portata alle partite, alle Rocky Mountains, cucinavamo insieme. Ero tranquilla: la mia esperienza stava andando esattamente come speravo.

E poi è successo di nuovo. Come hai scoperto che avresti dovuto cambiare ancora?
Una mattina mi hanno chiamata in cucina. La mia host mum stava piangendo. 

Per questioni legate all’affido del bambino, era stato chiesto loro di concentrarsi esclusivamente su di lui e di non ospitare più studenti internazionali. Nessuno lo voleva, ma era una causa di forza maggiore. 

È stata dura proprio perché stavamo bene insieme.
 

Qual è stato il momento più difficile?
Il primo giorno nella nuova casa.
La mia nuova host mum mi aveva preparato gli spaghetti al ragù per farmi sentire più a casa. Era stata dolcissima. Dopo pranzo ci siamo sedute sul divano a parlare e, mentre lei mi chiedeva di raccontarle di me, mi sono guardata intorno e ho pensato: “Non credo che sentirò mai questo posto come casa mia. Una casa ce l’avevo già.” 

Ero scombussolata. Avevo 17 anni, ero lontana e avevo appena cambiato famiglia per la seconda volta in un mese. Mi sono sentita in balia degli eventi.

 

Come hai fatto a reagire?
Mi sono data tempo. È normale non sentirsi a casa il primo giorno.
Poi mi sono fatta una domanda semplice: posso fare qualcosa per cambiare questa situazione? No. Allora posso solo decidere come viverla. 

Non volevo che un evento, per quanto pesante, rovinasse tutto il resto. Ho cercato di essere il più possibile aperta e disponibile, e loro lo sono stati con me. 

Anche in quella casa abbiamo costruito una routine: scuola, sport, chiacchiere in salotto, il cane, le piccole cose quotidiane. Con il tempo, anche quella casa è diventata casa davvero.

Alla fine, com’è andata con le tue famiglie?
Con tutte e tre ho costruito legami diversi, ma significativi.
Con la temporary family ho mantenuto un rapporto strettissimo: li sento ancora oggi. Con la seconda famiglia ci siamo sentiti per un po’ anche dopo il rientro. Con l’ultima, quella con cui ho concluso l’esperienza, c’è ancora un contatto, soprattutto con la mia host mum. 

La cosa che mi porto dietro è che non mi sono mai sentita di troppo. In nessuna casa.
Ed è questo che fa la differenza.
 

Che consiglio daresti a chi parte oggi?
Che qualcosa andrà diversamente da come lo avevi immaginato. Sempre. 

Ma non significa che andrà male. È importante darsi il tempo di elaborare quello che succede. Se devi prenderti due giorni per piangere, fallo. Poi chiediti: posso fare qualcosa? Se sì, agisci. Se no, accetta e vai avanti. 

Un’altra cosa che farei diversamente oggi è comunicare di più. Dire le cose, fare io il primo passo nelle relazioni, non trattenermi per timidezza. 

Alla fine, l’esperienza è quello che ne fai tu.
Non puoi controllare tutto. Ma puoi scegliere come reagire.

Per vivere grandi storie come questa serve attitudine. Tu credi di averla?

Mettiti alla prova
Attitude Trail: l primo passo per superare i tuoi confini
Attitude Trail: l primo passo per superare i tuoi confini

Per vivere grandi storie come questa serve attitudine. Tu credi di averla?

Mettiti alla prova
Sergio Ruggieri

Author Sergio Ruggieri

More posts by Sergio Ruggieri